una volta ho visto un film.
mi ha fatto venire voglia di raccontare delle storie.
Una sera come tante altre mi è capitato di fare una scoperta, a modo suo, curiosa: una di quelle cosette che hai sempre appena fuori dalla coda dell'occhio, che sono sicuramente familiari, ma a cui per un motivo o per un altro, e tante volte senza una ragione ben precisa, non presti la necessaria attenzione. Capita.
Capita poi, però, la volta che ci fai caso: così, come quando al mattino ti svegli, non ancora del tutto riposato, e ti accorgi con sommo piacere che ti ricordi per filo e per segno del bel sogno che hai appena finito. E allora te lo segni, te lo ripeti come un esame dell'università, e appena puoi lo racconti alle persone che hai care.
Questo è più o meno quel che è accaduto a me una sera come tante altre: solo che non è stata una visione nel sonno. Me ne stavo, ben sveglio, a pensare del più e del meno alla finestra, ché faceva un bel caldo in casa, e a fumare la pipa: che sempre mi aiuta a raccogliere le briciole sperse che la fantasia beningamente sparpaglia, perché il gioco di inseguirle una per una, per poi ricomporle come un divertente rompicapo, non venga mai a noia.
Nella sua semplicità, il pensiero che son riuscito a mettere a fuoco mi ha lasciato un sorriso, ben dipinto fra la barba un po' troppo lunga per suonare spensieratamente il flauto: un alone di benessere che farà fatica ad andar via, per quanto il grigio detergente delle questioni che accadono di traverso agli uomini possa cercar di lavarlo via con forza.
Ho scoperto all'improvviso che, anche quella sera come tante altre, ero profondamente felice.
(dedicato a tutte quelle persone, e non son poche, che possono dirsi complici di questa mia situazione)
questo l'ho sognato il 24/06/2008:
è solo un altro capitolo della saga
perché e percome.
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Per mano al babbo, attraversava con occhi pieni di genuina meraviglia le vie un po' sghembe di quella città che, ancora, era un po' troppo grande per i suoi tre anni scarsi. Il cielo era limpido e chiaro, ed il sole del tramonto continuava a scaldare con insistente perizia l'asfalto, le case rosse e le poche aiuole: ma tutti questi dettagli, insignificanti, non avevano il potere di catturare la sua preziosa ed infantile attenzione.
Per mano al babbo, il suo giovanissimo sguardo era magneticamente attirato, immancabilmente, dai molti mostri d'acciaio che sudavano vapori mefitici, accalcati impietosamente, troppo stretti, sulle scure e contorte corsie del largo viale, e dagli sventurati e nervosi individui che quei mostri d'acciaio si tenevano nella pancia.
Per mano al babbo, attendeva, con quell'impazienza imperiosa che solo i bambini sanno domare, che un lontano semaforo arrestasse il serpentone metallico, e gli offrisse l'occasione di proseguire oltre, sulle vie un po' sghembe di quella città che, ancora, era un po' troppo grande per i suoi tre anni scarsi. E finalmente, laggiù, una luce rossa si spense, e quella verde prese subito subito il suo posto: ed i mostri d'acciaio, come fossero uno solo, immediatamente si fermarono.
Per mano al babbo, dunque, scese il gradino consunto del marciapiede, e si accinse all'avventurosa attraversata: pochi passi appena, ed uno solo del babbo, quando si accorse con meraviglia che non tutti i mostri d'acciaio erano fermi, come morti. Ce n'era uno, più piccolo degli altri, che non teneva uno sventurato nella pancia: se lo portava sulla schiena. E quello non era ancora fermo.
Lasciò la mano del babbo, con un gesto carico di autorità, e la puntò, aperta, contro quell'essere indisciplinato che gli aveva spezzato la magia. Ed allora pronunciò, con la sua vocetta limpida, la formula magica per ristabilire l'incantesimo su tutto il serpentone metallico. "Fermo!"
Per mano al babbo, di nuovo, ecco che l'ordine era di nuovo stabilito.
questo l'ho sognato il 20/06/2008:
è solo un altro capitolo della saga
personaggi in cerca di autore.
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(questo significa che lo stesso messaggio è presentato alla medesima maniera sia qui che qui: sarà un bel casino andare a mettere ordine tra i commenti)
Quel che non ti aspettavi, alla fine, è successo. Il vecchio Zambo, quell'essere bislacco che impersona già da un po' l'obliqua fantasia, più o meno armonica, di un giovanotto come tanti altri, ha incominciato a scalciare un po' più forte del solitto.
Non temere: non si tratta di un malloppone ancora più mallopponoso dell'ultimo malloppissimo che ti è stato già propinato a suo tempo. Si tratta del medesimo malloppone. Ma con sviluppi del tutto imprevisti, e con ulteriori fasi che sfuggono ad ogni maldestro tentativo di divinazione.
Avrai ben notato che, della musica di cui si favella, ora mancan le tracce: è vero, si è tolto il collegamento, son spariti i lettori, ed anche il juke-box sulla destra (se sei nel posto giusto: se sei nel posto sbagliato, sulla destra non c'è un bel niente) è stato barbaramente mutilato. Lo sai perché? No, non credo, ma te lo dico io, subito.
Quel "Polliceverde va in città" sta per diventare un album vero, di quelli con una sfilza di nomi scritti dentro il libretto, un'immagine sciantosa in copertina, il bollino SIAE sbirilluccicoso di traverso sulla chiusura! Gioia, gaudio, giubilo e tripudio! Mi pubblicano!
MI PUBBLICANO!!
MI PUBBLICANO!!!
A brevissimo comincerà la lavorazione, e poi vi terrò aggiornati su quel che sarà dopo.
Gioia, gaudio, giubilo e tripudio!
questo l'ho sognato il 12/05/2008:
è solo un altro capitolo della saga
prettamente commerciale.
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Una volta, quando il nostro vecchio mondo era ancora assai giovane, ed il buon Darwin ancora non aveva formulato la sua bizzarra teoria sull'evoluzione delle specie, gli esseri viventi comparivano così, da un'idea: conducevano la loro esistenza secondo i rispettivi, innati istinti, e quando poi veniva il loro momento, così come se n'erano comparsi da un'idea, alla medesima maniera in un'idea scomparivano.
Ogni grande corpo celeste aveva, allora, un antico nume tutelare che ne faceva la guardia e ne regolava il corso, e le alternanze delle giornate e delle stagioni erano stabilite per sempre da un comune accordo tra questi esseri, che avevano un che di divino nella loro sostanza. Questo accadeva tanto, tanto tempo prima che Copernico imbrigliasse la sempiterna armonia nelle fredde caselle di una meccanica impeccabile.
I molti mondi che, già in quell'epoca così remota, cominciavano timidi la loro fugace esistenza, al di sotto dei grandi corpi celesti, erano per lo più disabitati, se si concede l'eccezione a folte vegetazioni variopinte e, qua e là, alcune specie di piccoli troll dei boschi dalla pelle spessa, rugosa e marrone come la corteccia delle querce. La loro spossante lentezza, unita ad una deplorevolmente scarsa abilità nel comunicare tra loro, avrebbe potuto esser fonte di lunghe discussioni, tutte mirate a discernere se si potesse o meno, in effetti, annoverarli davvero tra le specie viventi: ma queste vicende si dipanavano lungo il gomitolo del tempo troppi secoli prima che Aristotele cominciasse a dividere le cose che esistono da quelle che non esistono.
Un bel giorno, ed il nostro vecchio mondo era allora poco più di un infante, due antichi numi tutelari vennero ad una discussione, che si accese oltremisura, e rischiò addirittura di spezzare quell'armonia sempiterna che ancora regnava in ogni angolo dell'universo, che come ti ho già detto era per lo più completamente disabitato, in quel frangente. Avvenne che ciascuno dei due esseri parzialmente divini volle che il corpo celeste di cui aveva custodia avesse precedenza, predominanza e supremazia sull'altro, ché ancora Tolomeo non era intervenuto a dare ad ognuno la sua orbita, la sua posizione e la sua gerarchia.
Ed allora il Sole disse: farò a mia immagine i draghi dorati, che solcheranno i cieli che io riscalderò, e porteranno nel mondo il mio limpido messaggio. Ecco, la mia importanza sarà stabilita e chiara per tutte le generazioni. Ed allora la Luna disse: farò a mia immagine le driadi tenebrose, che solcheranno i cieli che io manterrò freddi, e porteranno nel mondo il mio oscuro messaggio. Ecco, la mia importanza sarà stabilita e chiara per tutte le generazioni. Dovevano trascorrere ancora molte e molte stagioni, prima che Mosè discendesse dal monte con una risposta diversa per questa diatriba.
Ma questa è un'altra storia, e la si dovrà raccontare un'altra volta.
questo l'ho sognato il 04/05/2008:
è solo un altro capitolo della saga
quando il mondo era giovane.
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Iperbaldo è ancora uno studente, e per pagarsi gli studi lavora da McDonald's, ma le cose non vanno molto bene: due colleghi litigano sempre, e va sempre a finire che il ristorante apre in ritardo per colpa loro. Da poco da anche ripetizioni ad una bimba, che vive in una villa in collina. Ha un grave handicap motorio, ma e' molto, molto sveglia. Dopo un primo periodo in cui il rapporto è molto difficile, arrivano a volersi molto bene. Il loro gioco preferito è che si nascondono, e lei deve riuscire a sparargli con la pistola ad acqua tre volte prima che lui riesca a guardarla negli occhi due volte.
Per sbaglio, tornando a casa da ripetizioni, Iperbaldo assistite ad un omicidio. In effetti non se ne è accorto nessuno, Iperbaldo riesce a non gridare e a scappare via senza farsi vedere. Per prima cosa corre alla polizia e racconta tutto quello che ha visto: gli dicono che è stato un omicidio di mafia, sfrutteranno la sua testimonianza solo a livello di indagine, ma lui non dovrà comparire in nessun tribunale, nessuno verrà mai a conoscenza del fatto che lui sa. Ma comunque lo tengono d'occhio, per evitare inconvenienti: gli suggeriscono di fare come niente fosse, per non destare alcun genere di sospetto.
La vita di Iperbaldo scorre tranquilla per qualche settimana, e non dice nulla ad anima viva: ovunque vada, però, c'e' un agente in borghese. Non sa come fa ma se ne accorge subito: puzza di sbirro, evidentemente. Si guardo bene dall'avvicinarsi e dirgli qualcosa: sa che c'è, e questo forse gli basta. Fino al giorno in cui, uscendo dalla biblioteca per andare al ristorante, si accorgo che a seguirlo non è più un agente in borghese, ma due macchine della polizia con tutte le insegne. La sera torna a casa molto spaventato, e gli arriva una telefonata. È il capo della polizia: gli dice che la mafia ha scoperto che c'è un testimone: non sa che sia lui, ma sta cercando.
Il giorno dopo, nel parcheggio del condominio compare un'auto nuova: una berlina nera coi finestrini oscurati, e nell'appartamento al piano di sotto, vuoto da mesi, arriva ad abitare qualcuno. Iperbaldo non lo vede mai, non lo incrocia mai: solo, ogni tanto dalla finestra di camera sua vede la berlina nera che se ne va via, ma se ne accorge sempre troppo tardi per cercare di capire chi c'è dentro. Comincia ad avere tutte le paranoie del mondo: praticamente, si muove da casa solo quando la berlina nera, nel parcheggio, non c'è.
Dopo un paio di settimane si confida con suo fratello, gli dice tutto quanto, a partire dall'omicidio fino ad arrivare al tizio della berlina nera. Lui gli dice di stare tranquillo: che se fosse uno della mafia, che gli è già arrivato così vicino, non avrebbe avuto ragione di aspettare e l'avrebbe già fatto fuori. E se fosse uno della polizia si muoverebbe solo ed esclusivamente con lui, mai senza. Non lo convince: Iperbaldo continua a muoversi con la stessa paranoia di prima.
In biblioteca a studiare non ci va più, l'unico suo rapporto col mondo di fuori sembra essere la bimba a cui da ripetizioni: a lei non ha mai detto niente, né alla sua famiglia, per cui si sento tranquillo, là. Lascia anche il lavoro al ristorante: e l'ultima volta che ne viene fuori, di macchine della polizia ad aspettarlo ce ne sono addirittura quattro. Si dirige a casa spaventato a morte, ma a casa non ci arriva: ad un semaforo, oltre alle quattro macchine che lo seguono, ce ne sono altre otto ferme al rosso, mentre lui passa col verde. Appena di là dall'incrocio, poi, due altre macchine lo affiancano e lo fermano. Un tizio alto, magro e coi baffi grigi gli sussurra appena di sdraiarsi sul sedile di dietro della macchina, perché lo hanno quasi beccato ed è in grave pericolo. Gli butta anche addosso una coperta per nasconderlo: la cosa non gli piace, ma è troppo confuso e terrorizzato per decidere se fidarsi o meno.
Ogni tanto il tizio coi baffi solleva appena la coperta e sussurra di nuovo ad Iperbado di stare calmo e di non farsi vedere, perché è ancora in grave pericolo. Iperbaldo perde il conto del tempo che passa, fino a che sente di nuovo la voce del tizio coi baffi: non è più un sussurro, ora, ma non ha sollevato la coperta. Gli dice di stare tranquillo, che è tutto finito. E poi, con un solo abile gesto di entrambe le braccia annoda la coperta, con dentro Iperbaldo, come fosse un sacco. Qui arriva la certezza che lui non è un poliziotto, non puzza di sbirro: è uno della mafia, puzza di morte. "Cazzo, mi hanno beccato".
Infagottato nella coperta, Iperbaldo sente la macchina mettersi in moto, e muoversi, e continuare un pezzo, e che la strada comincia a farsi curve, sembra che vadano in collina. Finalmente si fermano: il tizio coi baffi non apre il fagotto, ma lo solleva di peso e lo trascina fuori. Iperbaldo sente aprire e puoi chiudere una porta, poi viene scaricato su un letto: solo allora il sacco si apre. Mentre il tizio disfa il nodo, continua a ripetergli di stare tranquillo, che tutto è finito. Nemmeno lo sente: come un disco rotto, il suo pensiero va avanti a "Cazzo, mi hanno beccato". Appena il nodo è disfatto, però, salta su con tutte le forze che ha ancora in corpo e colpisce con una serie di pugni il tizio alto coi baffi. Una rapida occhiata: è in una camera anonima, con tutte le finestre coperte da fogli di giornale. Anche la porta a vetri è coperta con fogli di giornale, e invece il tizio alto coi baffi è solo un po' stordito per i pugni che gli ha dato: ma è l'unica occasione che ha per cercare di scappare.
Continuando a ripetersi "Cazzo, mi hanno beccato", si lancia verso la porta. La apre quel tanto che basta per vedere, fuori, una berlina nera coi vetri oscurati: quella che stava nel parcheggio del condominio, ed ecco che il tutto il mondo gli crolla addosso. Ne esce un distinto signore, che conosce: è il padre della sua bimba. Esita, sulla soglia di quella porta, solo un istante, giusto il tempo di farsi crollare addosso anche il resto del mondo, forse se non l'avesse fatto le cose non sarebbero finite così.
"È tutto suo, don Vincenzo": sente la voce del tizio alto coi baffi, e nello stesso istante vede scintillare una pistola nella mano di don Vincenzo.
(questo, qualche tempo fa, l'ho sognato per davvero e con tutti i dettagli, ed era in prima persona: non ti sarà difficile immaginare l'angoscia che mi ha accolto al risveglio.)
questo l'ho sognato il 25/04/2008:
è solo un altro capitolo della saga
iperbaldo quondani.
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(* alla mia età, non ho ancora smesso di citarmi addosso. scusa.)
Era una notte buia e tempestosa...
Si comincia così, no? Bé, per essere buio, era davvero buio, e su questo non ci piove: era notte. Ma se non ci piove, non fa tempesta: e questo dettaglio rischia di far impallidire un incipit originale e nuovo come pochi altri. Andiamo a ripartire daccapo, dunque? No.
No, perché comunque l'incipit l'ho già comprato, e un po' mi secca lanciare dalla finestra i bei soldini che ci ho buttato dietro: che poi il vicino li raccoglie e si compra una macchina più grossa della mia, e dopo mi tocca persin di schiattare d'invidia.
Terminate le bazzecole dei luoghi comuni (d'altronde, qui è ancora tutta campagna), oggettivamente veniamo all'oggetto della questione di cui si questiona: ti sarai reso conto, spero, che ho incominciato fin da subito a scrivere in prima persona, dunque deve trattarsi d'affari importanti, che qui ti vado subito ad enunciare.
Un esserino bislacco, e parzialmente indefinibile, che quando ne ha voglia risponde al nome di Paloz, ha avuto la brillante idea di contagiarmi con uno dei grossi mali che affliggono l'odierna società virtuale, quella che i professoroni, dal salotto buono di Bruno Vespa, chiamano con studiata nonchalance la blogosfera: il MEME. Che non è Momo: quella è venuta fuori molto tempo prima dell'odierna società virtuale, dalla prolifica penna di un bravo autore tedesco.
Con chi non dovesse saperlo, posso addirittura bullarmi di una conoscenza che ho acquisito, orologio alla mano, non più di un paio d'ore fa. Trattasi di uno spunto forzato per la costituzione di un post a tema, da svilupparsi in cinque fasi:
a) indica il blog che ti ha nominato, ed abbi il garbo di linkarlo;
b) enuncia le regole che governano la vicenda;
c) dilungati su sei attività da cui trai usualmente diletto;
d) contagia altri sei innocenti con questa pentatonica sciagura;
e) usa loro la cortesia di segnalar l'avvenuta disgrazia, a mezzo di commento nei loro propri blog.
Veniamo a noialtri: le sei attività. Poiché, lo sai bene, il pensatoio di chi ti scrive non è venuto fuori proprio proprio a piombo, permettimi di riassumere per l'occasione il mio tono di contastorie, e di ricominciare a parlar di me in terza persona, come si trattasse d'un altro.
uno
Zambo detiene una passione insana, una dipendenza che qualche psicologo potrebbe definire (con la solita, studiata nonchalance, sempre dal salotto buono di Bruno Vespa) utilizzando un bel parolone che lo stesso Zambo di cui sopra avrebbe difficoltà a pronunciare per intero. Egli ama, adora, venera ed idolatra gli oggetti che possono produrre suono, ai più noti come strumenti musicali. E, non appena gli accade di trovarsi due soldini in tasca, si fionda nei suoi negozi di fiducia e ne fa incetta (nota per il lettore: l'attività da cui trae diletto il nostro Zambo, e di cui attualmente si disquisisce, è proprio l'acquisto in sé: l'arte di produrre suono è troppo ovvia per questo meme). Al momento attuale possiede: due flauti traversi (prima o poi giungerà un ottavino), quattro flauti dritti barocchi (tenore, contralto, soprano e sopranino) e fa il filo al quinto (basso), un basso a cinque corde (e fa la corte ad un basso muto, da suonarsi con corde di violoncello), una chitarra acustica, un'altra chitarra acustica che di corde però ne monta su dodici, e nuova nuova arrivata una splendida chitarra elettrica. In cima alla lista dei desideri stanno l'arpa moderna, la marimba ed il contrabbasso, ma quelli occupano un po' troppo spazio, per ora.
due
Zambo ha letto un po' troppi libri su Sherlock Holmes, ed è andata a finire che ci si è montato la testa: ora si prende una ventata di minuti di pausa, tre o quattro volte a settimana, e gli piace riempir la pipa di tabacco aromatizzato al ciliegio.
tre
Zambo è anche il tipo che trae profondo piacere dall'andarsi a pescare un bel prato, magari un po' attrezzato, trascinarsi appresso una quantità imprecisata di persone, e sudar l'anima (da rimpiazzarsi con buon vino) dietro all'inferno caldo della griglia a carbonella. Per poi sdraiarsi all'ombra di un albero in fiore, ché certe cose si fanno a primavera, e farsi svegliare proprio sulle soglie del sonno profondo da chi gli chiede di giocare al pallone, di suonare qualcosa o di imbracciar gli attrezzi da giocoliere.
quattro
Ecco, s'è detto del vino. Zambo stappa la bottiglia del pranzo la domenica, proprio prima di andare alla messa: così, quando torna, ha tutto il tempo della preparazione delle varie leccornie per farla respirare.
cinque
Torna a chiamare i professoroni e gli psicologi, per cortesia, ed allestisci di nuovo il salotto buono di Bruno Vespa, dacché il punto cinque non è proprio in bolla: a Zambo piace contare. Quanta gente c'è in aula durante la lezione di Scienza delle Costruzioni? Quante sono le lampadine che formano l'insegna pacchiana del ristorante cinese? Quanti semafori si hanno per arrivare in piazza? In qualche momento della storia, Zambo ha saputo la risposta a queste domande, ed altre di tal fatta. Poi si apre la porta e non lo sa già più (piccola nota futile: a Zambo piace citare anche addosso ad altri).
sei
Da che ha preso in mano la penna per il gusto di farlo, ed ha incominciato ad imbrattar carte di parole a vanvera, Zambo ha scoperto che esiste un'altra cosa che gli procura un rapido brivido di goduria. Egli ama (e presumo te ne sia accorto anche tu) infarcire i suoi lavoretti con riondanti aggettivi superflui e con troppi avverbi, gli piace scavicchiar sinonimi ed esprimer più volte lo stesso concetto, si sente appagato solo dopo aver esplorato con gran perizia il suo portafogli di figure retoriche, per lo più di ritmo e di suono, non è un grande ammiratore della famiglia delle similitudini. E poi si rilegge le mille volte, sia prima sia dopo la pubblicazione: ed ha una passione smodata per i due punti.
Ecco qua: sei dettagli trascurabili, che in quanto tali dovevano esser trattati con la necessaria enfasi. Or mi rimane solo di farmi dei nemici implacabili, e puntare il dito contro i prossimi sei disgraziati che avranno l'onere di sobbarcarsi questa eredità. I prescelti, in ordine meticolosamente sparso, sono:
la Crippy,
Kiut,
Bukow,
Matteo Platone,
tuile e il suo nano,
Oir (questa la butto un po' per persa: è da qualche tempo che costui latita, e me ne rammarico).
questo l'ho sognato il 23/04/2008:
è solo un altro capitolo della saga
prettamente commerciale.
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C'era una volta un piccolo hobbit, che per avventura trovò un anello. La storia la conosciamo tutti: come lo vinse al gioco con una figura strana, e come poi lo lasciò a suo nipote. Il quale nipote, poi, guidato da un grigio stregone, dopo lunghe peripezie riuscì a gettarlo nella voragine di fuoco del Monte Fato. Perché, lo sai bene, quel tale anello aveva sulle menti dei mortali un potere fortissimo, poteva soggiogarle e renderle schiave, ed il Nero Signore di Mordor lo voleva a tutti i costi ritrovare e possedere nuovamente, per accrescere enormemente il suo potere.
Questa storia non posso certo sperare di venderla per mia, il tizio che per primo ha avuto l'idea è diventato un po' troppo famoso per sperare di fargliela in barba. Ma, ripensando con attenzione ad una serie di ultimi accadimenti che ci son capitati, proprio a me e a te, mi è saltato in mente che, forse, il signor Tolkien ci ha gabbati tutti quanti.
L'oscuro potere che rende schiavi gli uomini non se ne è andato dal mondo. L'anello, che con la sua magia soggioga le menti, è ancora tra noi, ne sono certo. Ancora i principi degli uomini si fanno corrompere dalla bramosia del potere, e finiscono per esserne schiavi. Ancora le genti si assembrano per combattersi, chi da un lato e chi dall'altro, per raggiungere quella briciola di glora cui agognano, e annichiliscono le loro menti in questo futile gioco al massacro.
Dunque, le fiamme di Monte Fato non possono aver divorato quel malefico gingillo, e c'è qualcuno che tuttora lo governa e lo utilizza a suo piacimento, a nostro discapito. Frodo ha fallito.
L'anello, secondo me, ce l'ha Berlusconi.
Ora: aiutami a diffondere questa malandrina teoria, per favore. Lo vedi quel bannerino nero che è spuntato, là in alto a sinistra? Ebbene, puoi farlo tuo. Copiaincolla il codicillo, per favore, e lasciami un commento. Quando arriveremo ad essere in nove, sfideremo di nuovo la tirannia delle tenebre, e cercheremo di portare a compimento l'opera che l'hobbit non riuscì a terminare.
La nuova compagnia dell'anello, per ora, conta:
Le idee sono a prova di proiettile?
la favola del compositore
Cris
L'inferno dei giullari
Partito Democratico di Bressanvido Pozzoleone e Sandrigo
20th Century Boy!! VITA DA CHARLIE MARK
(lo so, ci ho messo un po' ad elaborare la vicenda, ma temo che sarà di attualità per i prossimi cinque anni...)
questo l'ho sognato il 20/04/2008:
è solo un altro capitolo della saga
perché e percome.
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